"Da bambina ho vissuto come una principessa in esilio, e ora vivo come un alieno smarrito in un paesaggio e una civiltà che mi sono estranei.."

Fara E Il Suo Cappello, una piccola grande storia, vera ed eterna come tutte le piccole cose della vita quotidiana:

Il Buio Oltre Lo Specchio, un’antologia dove l’utopico si fonde col reale.

Nella splendida cornice dell’Ex Convento dei Cappuccini a Quartu Sant’Elena, la FIDAPA ha organizzato questa splendida serata dove interverranno l’autrice, quindi la sottoscritta, e lo scrittore Roberto Alba.

Vi aspetto numerosi

13 Maggio 2012 at 09:00 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

BAMBINI SULLA LUNA

La notte non è che un breve intervallo, una parentesi fra l’arsura di oggi e quella di domani, sempre uguale e con la gola che non emette alcun suono, arida come la terra trasformata in polvere.
Anche se volessi, non potrei gridare. La saliva si è seccata insieme alle lacrime. Piangere è un lusso spazzato via dalla disperazione che si aggrappa alla vita e mi fa camminare, avanti, avanti sotto il sole che non cessa di prosciugare la mia carne, attaccata alle ossa da un esile residuo di linfa vitale.
Le piante dei piedi sono le suola della mia carcassa che avanza come un automa in questo deserto, sono loro che reggono il fragile peso rimasto, mentre il corpo vorrebbe accasciarsi e dissolversi nell’aria infuocata, sognando l’ultima goccia di pioggia caduta. Tanto tempo fa da sembrare un miraggio.
Cammino sognando di non esistere, eppure non perdo mai d’occhio le orme che mi precedono, sempre più pesanti a mano a mano che proseguono, e coi passi sempre più corti.
Sento il suo affanno, lei che avanza come una barca che ha perso la rotta mentre il suo velo sbatte come una vela in balia del vento, vedo i suoi occhi che ruotano nelle orbite infossate alla ricerca di una promessa, laggiù, da qualche parte nella polvere e nella luce accecante. Si volta, mi cerca con quegli occhi affamati di certezza e io le prendo la mano, è così piccola, dura, callosa, sento in lei la paura che non si è quietata, come potrebbe? Anch’io ho paura, la nascondo dietro il mio viso di bambino, così che lei non se ne accorga che tremo, che tutte le notti mi assillano gli incubi, e che, come lei, sento vicino il respiro nemico.
Quale nemico? Ce n’è più di uno, il sole e i fucili, per cominciare; il sole imbracciato dal cielo implacabile, lo stesso che ci accompagna giorno e notte in questa agonia senza fine, e i fucili imbracciati insieme al machete da uomini trasformati in belve assetate di sangue.
Li vedo ancora quei visi sfigurati dall’odio mentre distruggono vite, con la rabbia che si abbatte violenta su mia madre, mio padre e tutti noi fratelli, che urliamo mentre cerchiamo di sfuggire a quella tempesta senza vento né pioggia, un’innaturale uragano di odio.
Poi lei mi ha strappato al caos, la mia barca senza rotta, il mio timone, mi ha conteso con la morte e mi ha strappato a lei, tenace, come solo le madri sanno fare, e non si è più guardata indietro, forte della scintilla di vita accesa nel suo ventre.
Abbiamo cominciato a camminare. Insieme a tanti altri, tutti naufraghi nello stesso mare, alla ricerca della parola “speranza”. Abbiamo affrontato altri nemici, la fame, la sete, la paura, ognuno di loro ha tentato di strapparle dal ventre quell’esile luce e, dal mio cuore, la voglia di vivere, ma abbiamo nuotato e siamo rimasti a galla, anche se nel nostro dolore; lei si è tenuta stretta quel germe di vita che cresceva, cresceva lentamente, a ogni passo sempre più stanco, e intanto seminava chicchi di riso nella mia mano e mi guardava portarli alla bocca. Madre, vela battuta dal vento, guerriera delle leggende.
La nostra è una folla silenziosa che avanza affamata e assetata, come vecchie tartarughe marine alla ricerca di una spiaggia sulla quale arenarsi; intorno a me altre barche senza rotta, altri bambini con le pance gonfie di niente come la mia, i vecchi sono tutti morti, crollati da qualche parte nell’infinito deserto, e la polvere sollevata dal vento è il coperchio del loro sarcofago.
Siamo l’arca di Noè che trasporta i sopravvissuti dall’ultimo inferno.
Dal pennone più alto qualcuno non grida, non gli è rimasta più voce, ma agita le braccia e il suo volto si contorce in mille smorfie di gioia: è un modo per dire “siamo arrivati”. Allora la fiumana vivente raccoglie le ultime forze e arranca veloce, come se i passi più rapidi potessero accorciare la distanza dall’ipotetica fine. Quale fine? Quella di braccia che accolgono il nostro dolore o quella che attende tutti gli uomini? Nessuno di noi può saperlo ma forziamo le ali negli ultimi chilometri che ci separano dalla speranza, qualunque cosa sia la speranza e qualunque colore essa abbia.
Sbarro gli occhi e allungo una mano come se potessi toccarla, la speranza, adesso che la terra è diventata rossa e macchie di verde occupano l’orizzonte dalla cima di alti baobab; sembra una favola, quella di c’era una volta un castello e le case di principi e principesse. Io non so immaginare un castello, ma riconosco muri dipinti di bianco che si allargano come a voler abbracciare chi arriva, e capanne, tante capanne impettite come angeli in attesa, e tetti di paglia che non hanno mai visto un incendio.
Correre, tanta voglia di correre per andare a toccare quel bianco accecante, per sapere che non è un’illusione che svanirà non appena ti svegli. Poi una canzone, una nenia triste, un lamento che strappa le lacrime, che lacera il cuore, e mi stringo alla mia barca col velo sudato, anche lei si è fermata, tutti ci siamo fermati mentre un gruppetto di donne avanza sbandando, curve sotto un peso invisibile ma schiacciante; e io premo gli occhi e la testa contro il ventre di mia madre, gonfio della vita che vuole nascere, cerco forse di nascondermi, oppure voglio proteggere quel lumino sopravvissuto al nemico.
Il silenzio cala con ali di pipistrello mentre il coro di donne scava nella terra una piccola fossa, vi deposita un fagotto avvolto in un drappo bianco e celeste, poi le voci si levano al cielo tutte insieme, sembrano voler raggiungere chiunque stia al di là dell’azzurro per chiedergli perché, ma non arriva nessuna risposta; forse siamo troppo lontani, forse Lui è diverso da noi o non ha orecchie per ascoltare.
Guardo le mani protese sul fagottino immobile come se non volessero lasciarlo da solo, e la terra ricoprirlo di carezze fin quando tutto scompare, anche quella piccola fossa dal cui semino, un giorno, forse crescerà un grande baobab.
Riprendiamo il silenzioso cammino, alle spalle il dolore e, davanti a noi, la speranza, l’oasi miraggio che ora diventa realtà; è difficile credere che sia davvero tutto finito, che il passato è un incubo che non farà più ritorno, ma le ali candide della casa sono tanto grandi e ci abbracciano tutti, come un’enorme madre che accoglie i suoi figli tornati. Insieme a noi, tante altre tartarughe spiaggiate aspettano accovacciate nella polvere rossa che venga il loro turno per entrare e, nel frattempo, caritatevoli mani nere come le mie o bianche come la luna e vestite di tuniche verdi, distribuiscono acqua e grandi ciotole piene di riso e di carne: affondo le mani e la bocca, il naso cattura ogni singola particella di quell’odore squisito.
Un lamento. La mia barca e timone geme e si dondola, due braccia la prendono sotto le spalle e l’aiutano ad alzarsi, è venuto il momento, lei dice, e le mani si serrano sul ventre appuntito, come vogliano dirgli aspetta ancora un istante. Resto a bocca spalancata, i chicchi di riso sparsi sulle guance, ma poi lei sorride e con lei sorride chi la sorregge, quindi un cenno per dirmi che devo aspettare. Io non la perdo d’occhio, non perdo mai d’occhio le sue orme pesanti, finché non scompaiono oltre la porta, quando le grandi ali bianche le si chiudono intorno, a proteggerla.
Quando entro, è un gioco di colori e di pianti, la mia barca ha ripreso la rotta e stringe al suo petto la vita tenacemente difesa; le creature appese a tubicini di plastica mi fanno pensare a un mondo sulla luna, dove quelle cannule trasparenti si infilano nel naso, nel braccio, e sono appese a tante bottiglie di vetro da dove cola un liquido trasparente come la linfa degli alberi, mi dicono che è linfa per esseri umani, per i tanti bambini come me avvolti nelle lenzuola candide e che mi guardano; non ho mai visto teste così grandi, forse sono più grandi con quei corpicini scheletrici, dove posso contare le ossa una per una, e gli occhi, tanti occhi enormi che mi guardano da tutte le parti, e sono occhi grandi e bianchissimi, sgranati su quelle facce che sembrano chiedersi “dove sono?”
Sulla luna, vorrei rispondere, siamo i bambini sulla luna che hanno incontrato la morte e sono tornati indietro.
Ticchettio sopra i tetti e grida di gioia, finalmente la pioggia comincia a cadere, timida prima, poi come un torrente, e i bambini sulla luna che possono muoversi, corrono fuori sotto i grandi baobab e improvvisano danze e canzoni: non siamo i bambini sulla luna, non fateci del male.

11 Maggio 2012 at 14:37 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Il libro è molte cose, un codice di messaggi scritti da qualcuno, un ammasso di fogli impilati, uno strumento di svago, di distrazione, di fuga dalla realtà, oppure lo strumento di una cerca che dura una vita. Ognuno ha il suo particolare modo di approcciarsi a un libro, io nel libro cerco un riscontro, risposte, suggerimenti, uno specchio su cui vedere la mia immagine riflessa, in breve, il libro è per me la via su cui incontrare la realtà e me stessa e trovarvi quegli spunti che mi servono per crescere, migliorare cambiare.
E non importa che l’autore sia più o meno conosciuto, sesso, età o religione, purché scriva una persona che ha la sensibilità di vedere la realtà oltre il visibile.
Non ha importanza se scrive avventure, gialli, narrativa generale, rosa, fantasy o fantascienza, ho giusto qualche problema con gli horror perchè, se sono troppo forti, non li reggo, ma qualunque linguaggio va bene per infiltrasi nella sottile tela di ragno del nostro sistema limbico e provocarvi uno tzunami: purché sia buono, non importa il genere, lo scrittore dev’essere tale, deve saper entrare nel reale, nelle persone, nei paesaggi e sviscerarli estraendo la lumaca dal suo guscio.
Solo in questo modo un libro resta impresso nella memoria, tra gli infiniti ologrammi che la compongono, ridondante ogni qualvolta avvenga qualcosa di importante nella nostra vita, allora tornano le parole, la pagina, il titolo, il messaggio.
Non so se esistano libri o autori universali, Che possano piacere a tutti, né che tutte le opere di un autore che adoriamo ci vadano a genio.
Mi piace Eco, lo trovo un grande, ma L’Isola Del Giorno Prima l’ho sempre considerata un’enorme schifezza, adoro Bjorn Larsson, ma 8 Personaggi in Cerca non mi ha lasciato niente, ho una venerazione per la Bradley ma la serie Di Luce mi ha lasciata indifferente, e così potrei continuare all’infinito, ma penso che sia normale, non siamo tutti uguali, ognuno ha la sua cerca, ed è vero che le ciambelle non vengono tutte col buco: direi che rientra nella norma delle cose.
Mi piacerebbe anche saper scrivere un solo libro che lasci il suo marchio impresso per sempre, che sappia entrare e parlare anche a distanza di tempo: io ci provo, non so se ci riuscirò, di “La Realtà e Il Suo Enigma” in genere ho avuto un riscontro di questo tipo, e anche con Fara e Il Suo Cappello, e ne sono stata immensamente felice.

Qualche giorno fa ho acquistato tutti i libri di Ursula Le Guin che mi mancavano e ho letto Agata E Pietra Nera, un piccolo grande capolavoro che ha scritto nel 1976, non è fantasy, non è fantascienza, a dispetto di tutti coloro che pensano che un autore possa scrivere soltanto di un genere, ma è una storia di tutti i giorni, parla di amicizia e di adolescenti, oltre che della parte che resta in ognuno di noi nonostante il tempo che passa, e sa entrare nella psicologia dell’età in modo talmente grande e vero che non possiamo non sentire nostre le sue parole.
Scelgo quindi di congedarmi con una sua frase tratta dal libro:
“Non parlammo dei nostri problemi, o dei genitori, o di automobili, o delle nostre ambizioni. Parlammo della vita. Decidemmo che non ha senso chiedersi quel è il significato della vita, perché la vita non è una risposta, la vita è una domanda, e tu, proprio tu, sei la risposta.”

7 Maggio 2012 at 09:01 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Sarà vero quanto predetto dai Maya e dai peggiori presagi catastrofisti?
E come reagiremo, tutti noi, alla fine imminente?
Un
po’ ridendo, un po’ scherzando, un po’ facendo maledettamente sul
serio, 365 scrittori hanno provato a dare la loro interpretazione della
fine del mondo, dipingendo ciascuno uno scenario mozzafiato, che
dovrebbe farci riflettere tutti.
Dopo il successo delle precedenti
antologie della serie “365″, nasce una nuova sfida all’apparenza
irrealizzabile: descrivere tutte le possibili fini del mondo in racconti
da 2000 battute ciascuno.
Niente spazio per le spiegazioni
macchinose, per gli struggimenti inutili e per le emozioni diluite nella
ricostruzione di scenari e contesti possibili.
Qui i lettori
troveranno 365 brevissime e micidiali idee su come potrebbe davvero
finire tutto, 365 sferzate che non vi daranno respiro e che vi faranno
tremare le gambe.
Leggere per credere.

Guardatevi il primo video

http://youtu.be/Snz2BH4B57o
5 Maggio 2012 at 09:18 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

 

QUESTO DISEGNO Partecipa al concorso della Fazi : LA CHIMERA DI PRAGA
PER VOTARLO DOVETE SEGUIRE LA PROCEDURA SEGUENTE:

http://www.lachimeradipraga.com/

seguite il collegamento – OPERE IN GARA e date il voto al disegno che compare su questo post

POTETE ESPRIMERE IL VOTO TRAMITE I SOCIAL NETWORK DI FACEBOOK, TWITTER, ECC

IL VOTO SARA’ VALIDO SOLO DOPO AVER FATTO IL LOGIN

(E’ POSSIBILE DARE SOLO UN VOTO a Ciascun disegno dello stesso autore, di cui ognuno poteva partecipare con un massimo di tre disegni)
grazie a tutti coloro che vorranno votarlo
Lidia

28 Aprile 2012 at 11:18 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Il frastuono dei carri armati e le urla concitate dei soldati riempivano
ogni strada e vicolo, penetravano attraverso le imposte chiuse come un
fiume che straripa, aleggiavano col loro fetore nell’aria delle stanze
come una nube tossica; la realtà circostante era invece immobile, coi
muri bianchi scrostati dagli ordigni esplosi nei paraggi, i patii invasi dai
calcinacci e le finestre discretamente chiuse, come a tenere fuori un
mondo di cui si vuole ignorare l’esistenza, e un silenzio opprimente da
quelle case che parevano abbandonate.
Un quartiere residenziale di gente benestante sinché le bombe non
avevano bussato anche alle loro porte.
A parte soldati e carri armati, le strade erano deserte di vita quotidiana.
«Perquisite dappertutto, cantine, soffitte, armadi, stipiti, qualunque
buco vi troviate davanti, non ci deve sfuggire niente; trascinate fuori
tutti, vecchi, bambini, donne, questi maledetti sono tutti uguali,
nascondono terroristi e armi mentre fanno finta di essere gente per
bene, qui non c’è nessuno per bene, cazzo, questi ci vogliono tutti
morti; fate attenzione, sparate a ogni sospetto, ci è arrivata una soffiata,
sono qui, ce ne sono altri, interrogateli tutti, sì, anche i bambini…»
Ordini e imprecazioni arrivavano come raffiche di mitra, José,
l’ufficiale al comando della squadra, era elettrizzato eccitato e
terrorizzato insieme e nei suoi occhi brillava una luce che aveva
qualcosa di demoniaco; il suo era lo sguardo di chi è sospeso fra realtà
e finzione, come se non fosse perfettamente cosciente dei suoi stati
d’animo né di quel che stava vivendo, e neppure degli ordini che urlava
a tutto spiano come se fosse impazzito.
Yoel saltò giù dalla camionetta desiderando soltanto di potersi tappare
le orecchie, piantare il fucile lì in terra e andarsene fischiettando, le
mani in tasca, come in un brutto sogno a lieto fine.
“Maledizione!” grugnì a denti stretti cercando una via per sfuggire allo
sferragliare opprimente degli ordini, a quella cacofonia di note aspre e
impregnate di esaltazione che uscivano dalla bocca di José,
“Maledizione!” ripeté a se stesso come fosse l’unica parola rimasta del
suo vocabolario.
Si guardò intorno come un animale braccato, nel cervello e nell’anima
si annidava un nemico che lo guardava beffardo e incrinava ogni
visione della realtà avesse mai avuto, mettendo a ferro e fuoco ogni sua
convinzione.
“Maledizione!” e gli parve di boccheggiare in un universo di fumi che
gli impedivano di vedere il mondo reale per quel che era perché lo
impregnavano di veleno: una miccia ficcata in ogni fibra del suo essere.
José stava suddividendo gli uomini in gruppi, i suoi ordini concitati
rimbalzavano da un soldato all’altro come eco impazzite, Yoel fece
finta di niente e si allontanò come se fosse estraneo a tutto quel che lo
circondava, pedina solitaria tra uomini che correvano in ogni direzione.
Nel caos passò inosservato e si allontanò tra i vicoli e le case silenziose.
Girò a casaccio nel quartiere immobile finché non riuscì a dissipare il
velo di follia che gli aveva annacquato i sensi, allora si guardò
nuovamente intorno e si accorse di essere solo.

http://www.ibs.it/code/9788863073188/petrulli-m-lidia/buio-oltre-lo-specchio.html

 

28 Aprile 2012 at 06:33 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Rumore, i mezzi sfrecciano, le persone sfrecciano senza rendersi conto
dell’assurda velocità con cui vivono: non vivono, consumano senza
conoscere quel che stanno consumando; velocità che porta
all’indifferenza, non c’è più tempo per prestare attenzione, a niente.
Nicole osservava dalla finestra il prodotto ultimo della tecnologia, la
velocizzazione della vita.
“Più in fretta si vive,” pensò, “più in fretta si muore, è un assioma
scontato.”
Le sue elucubrazioni mentali vennero interrotte dallo squillo del
telefono.
“Da quando questa storia mi assilla, sono di umore nero.”
«Ciao, Nicole, volevo chiederti se hai bisogno di altro materiale per
l’articolo.»
«Ciao Maurice; no, grazie, se volessi spulciare tutti i giornali che ho
accumulato e soffermarmi su ogni stranezza e coincidenza che sto
notando, mi occorrerebbero mesi; se riesco a trovare un minimo di
logica fra alcuni collegamenti che ho fatto, ne verrà fuori un pezzo
niente male.»
Dall’altro capo del telefono, Maurice ridacchiò: «Sei la nostra
“giornalista detective”! Quando pensi di finire l’articolo?»
«Dammi quattro o cinque giorni, ma senza pressioni.»
«D’accordo; allora ci vediamo domani, buonanotte, Nicole.»
«Buonanotte, Maurice, a domani.»
Lo sguardo della donna indugiò, prima sulla ventina di giornali aperti
sulla scrivania, poi sull’altra ventina sparsa sul pavimento in attesa di
essere presa in considerazione.
Doveva rimettersi al lavoro o non avrebbe rispettato i tempi.
Peccato che, ultimamente, le congiunture che le passavano per la testa
fossero così tante e complesse da farla andare in tilt, ma non poteva
essere altrimenti visto che, nel giro di pochi mesi la sua vita, così come
quella di ogni altro abitante di Parigi e dintorni, era stata trasformata in
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un inferno contro il quale governo e polizia non avevano ancora trovato
rimedio.
Gli occhi le scivolarono dallo schermo del computer al pacchetto di
sigarette poggiato sulla scrivania, di fianco alla tastiera: contro ogni
aspettativa, le ultime riflessioni sulla vita e le implicazioni del problema
che si trovava ad affrontare, l’avevano persuasa a smettere di fumare.
Nel pacchetto erano rimaste due sigarette ma non si fece tentare, prese
invece un paio di liquerizie dal contenitore e aprì la finestra: una
boccata d’aria le avrebbe fatto bene.
Nicole si sedette, si rimpinzò di liquerizia e rilesse gli appunti con
cronologia e modalità degli eventi.
17 settembre, su Le Figaro compare un piccolo anonimo articolo:
disagio alla metropolitana; per una decina di minuti i treni non sono
riusciti a partire dalle loro stazioni causando allarmismi e ritardi, ma
la situazione è rientrata nella norma dopo un rapido controllo.
18 settembre, Le Monde scrive: per oltre sei ore tutte le linee della
metropolitana sono rimaste bloccate. Il guasto si è verificato
all’improvviso e i convogli sono rimasti fermi in ogni punto del loro
percorso: il panico è dilagato fra i passeggeri rimasti imprigionati
all’interno delle vetture. Sono occorse parecchie ore di lavoro per far
ripartire i treni, portarli nelle stazioni e liberare i passeggeri stremati
dalle lunghe ore d’attesa. Si ipotizza un guasto alle reti di controllo.
Per diversi giorni i parigini avevano disertato la metro, prendendo
invece d’assalto gli autobus e le macchine, col risultato che il traffico si
era triplicato.
20 settembre e giorni successivi: la metropolitana ha smesso del tutto
di funzionare; si lavora alacremente sui sistemi di controllo ma
nessuno riesce a venire al capo del problema.
La settimana seguente era trascorsa, se possibile, in modo ancora più
tragico e assurdo perché, oltre alla metropolitana, il black-out aveva
interessato anche le ferrovie: com’era accaduto per la metro, i treni si
erano bloccati all’improvviso, senza che ci fosse stato sentore di guasti;
di conseguenza si erano verificati deragliamenti con effetti più o meno
gravi a seconda della velocità del mezzo. Per fortuna i black-out si
verificavano sempre nei pressi delle stazioni, quando la velocità dei
convogli non era eccessiva, o si sarebbero contate centinaia di morti.
Qualche giorno dopo era stata la volta degli aerei; la maggior parte non
era riuscita a decollare ma, nei casi in cui i motori si erano fermati
improvvisamente durante la fase di atterraggio, le conseguenze non
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erano state altrettanto lievi, con contusioni, feriti e uno o due morti;
poiché tutto questo si verificava soltanto nei cieli di Parigi, il traffico
aereo era stato deviato sugli aeroporti delle città più vicine. Ma nessuno
ormai viaggiava tranquillo e, quand’era possibile, ci si rinunciava, a
meno di imbarcarsi col cuore a mille.
Le autorità non sapevano come spiegare il fenomeno, squadre di tecnici
lavoravano 24 ore su 24, ma server, programmi e ogni altro sistema
preposto alla sicurezza e controllo, uscivano indenni dagli accertamenti
più approfonditi.
“E’ come se una mente superiore volesse isolare Parigi dal resto del
mondo.”
Nicole sollevò gli occhi dagli appunti alla finestra, fuori incombeva il
buio.
10 ottobre: senza una spiegazione plausibile e in contemporanea,
metro, ferrovie e aerei riprendono a funzionare in modo impeccabile e
senza intoppi; la gente è ancora dubbiosa e diffida ma, lentamente, la
vita in città si normalizza e anche gli spostamenti su rotaie e per via
aerea riprendono, seppure con molta prudenza.
Nessuno è in grado di spiegare quel che è accaduto ma, si sa, la vita
moderna ha dei ritmi talmente frenetici che, una volta riproposta la
normalità e appurato che questa funziona, i sistemi mentali di
negazione si attivano escludendo tutto ciò che non fa comodo chiedersi.
La municipalità tira un sospiro di sollievo.
Si godono i primi giorni dell’inverno parigino.
Nel giro di altri dieci giorni, tutto viene dimenticato.
Nicole rovistò fra i giornali sul pavimento sino a trovare…

http://www.ibs.it/code/9788863073188/petrulli-m-lidia/buio-oltre-lo-specchio.html

24 Aprile 2012 at 09:52 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Da allora non ho mai smesso di tenere, su un angolo della mia enorme
scrivania col piano in cristallo, un vaso pieno di quei fiori violetti; non
sono particolarmente né belli né profumati, ma tengono vivo dentro di
me il ricordo di colei cui devo la mia nuova vita e il mio nuovo essere
me stesso.
Si tratta di lavanda, lavanda selvatica, che io chiamo semplicemente
“SELVATICA“, in memoria degli straordinari momenti trascorsi in
quel lontano autunno, quando pensavo ancora di essere un segugio dal
fiuto sottile per i buoni affari.
Guardo dalla finestra il cielo eternamente velato di Milano e cerco una
nuvola la cui forma mi ricordi una fisionomia amica.
Sbuffai stizzito mentre l’interfono trillava in modo fastidioso e la voce
di Sara, la mia segretaria, mi domandava se poteva portarmi alcuni
documenti da firmare urgentemente.
Non avevo nessuna voglia di vedere lei e i suoi maledettissimi
documenti che mi distraevano dall’analisi minuziosa dei miei ultimi
investimenti, così imprecai, ma sottovoce, perché non è conveniente
mandare al diavolo i dipendenti, si ha purtroppo sempre bisogno di loro
e occorre che siano fidati e fedeli, e che non battano in ritirata al
momento meno opportuno; loro sanno come fartela pagare: emicranie,
stress ed altre balle di questo tipo che, straordinariamente, scompaiono
con un aumento di stipendio e qualche premio di produzione, così fui
costretto a darle il permesso di entrare.
Sara fece il suo ingresso con un sorriso che le tirava la faccia da un
orecchio all’altro, sfoderando i denti candidi da non fumatrice e un’aria
trionfante con cui mi porse un foglio che riconobbi subito come lo
stampato di un fax.
Le dissi di poggiarlo sulla scrivania e che gli avrei dato un’occhiata più
tardi, ma lei restò in piedi davanti a me, la mano tesa e quel sorriso
snervante stampato sul volto, così fui costretto a sollevare lo sguardo
che cadde direttamente sul foglio: restai talmente sorpreso che balzai in
piedi e quasi rovesciai la poltrona di pelle marrone firmata “AOC” che
avevo ordinato direttamente da New York.
Non riuscii a trattenermi: «E’ fatta! – esclamai – Quei pirla della
Regione Sardegna l’hanno finalmente capito che quel pezzo di terra
non varrà mai un cazzo se non ci si mette sopra un’idea geniale, e
quell’idea l’ho avuta io! Altro che polmone verde e tutte le altre
stronzate ecologiche, loro avranno la gloria di una struttura unica nel
suo genere e io un bel po’ di quattrini sul conto!»
Rovistai fra gli innumerevoli incartamenti posti in bell’ordine sulla
scrivania.
Lo trovai.
Un raccoglitore blu con una targhetta bianca su cui era scritto
“GESTURI”.
Lo aprii e lasciai.

http://www.ibs.it/code/9788863073188/petrulli-m-lidia/buio-oltre-lo-specchio.html

21 Aprile 2012 at 07:24 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink


E’ notte fonda e l’oscurità totale, non una stella o una fottuta luna a
illuminare quest’inferno di tenebra.
Si gela. Un freddo contro cui le coperte non possono proteggermi.
Restano fuori solo gli occhi, la punta del naso e due dita per scrivere,
forse le ultime parole della mia vita.
Ho paura. Non sono certo di sopravvivere sino all’alba di domani.
In questo momento sento che la mia vita è appesa al filo
dell’incertezza: credo di non avere scampo; vorrei essere un pazzo
visionario ma temo di non esserlo affatto.
Ho visto cose inenarrabili, vorrei fossero un parto della mia fantasia e
immagino l’anfratto dove mi sono nascosto come un baluardo che
possa proteggermi. Ma non può. Nessuno può proteggermi dalla verità.
Loro sono lì fuori; mi danno la caccia e io sono terrorizzato come un
animale braccato. Si avvicinano, devo…
L’ultima pagina del diario si interrompeva bruscamente, Alicia si
soffermò sulla frase troncata immaginando che, a quelle parole monche,
fossero seguiti un urlo e la fine. Richiuse il diario. Le pagine
contenevano il dettagliato viaggio di un suo antenato, Farrell, e lei lo
conosceva a memoria.
Farrell Ciosky era vissuto più di cent’anni prima; era nato sul pianeta
dove un gruppo di terrestri in fuga era atterrato d’urgenza, a causa di
un’avaria all’astronave. Un gruppo di umani naufragati nello spazio.
Quel manipolo d’uomini aveva sperato di riparare il danno e di
ricongiungersi al resto della flotta, ma aveva fallito ed era rimasto sul
pianeta alieno. L’avevano battezzato Anaith, Straniero.
Alicia aggrottò la fronte pensando che, qualsiasi ambiente differente dal
proprio, sarebbe apparso alieno a un terrestre.
Prese lo zaino e uscì dalla casupola, quindi si richiuse la porta alle
spalle. A quell’ora della notte il villaggio era deserto e i suoi abitanti
addormentati, non avrebbe incontrato nessuno.
http://www.ibs.it/code/9788863073188/petrulli-m-lidia/buio-oltre-lo-specchio.html

19 Aprile 2012 at 07:51 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

href=”http://lidiahelene.blog.tiscali.it/files/2012/04/308763_262478670449671_100000626194265_809461_1616758095_n.jpg”>

«Non uscire con questa nebbia, potresti incontrare chiunque ai Confini…»
Elis chiuse la porta alle spalle, interrompendo quella tiritera imparata a memoria.
S’incamminò verso il porto fra le bocche spalancate delle case che sbucavano sinistre dal muro nebbioso, si lasciò guidare dal tintinnio delle sartie e proseguì su uno dei moli che ondeggiavano al ritmo delle maree di Roscoff.
Si fermò soltanto quando la voce dell’oceano la raggiunse dicendole che era arrivata a due passi dal nulla. Oltre c’erano le acque fredde e buie dell’Atlantico, quel gorgoglio di flutti che l’avrebbe inghiottita se avesse fatto un solo passo di troppo.
Attese, immobile, fra gli spruzzi salati.
Oltre questo velo che ottunde i sensi,
è l’infinito,
luminoso e terribile al tempo stesso.
Parole incise nella memoria, parole che avevano mutato il corso dell’esistenza.
Elis allungò il braccio attraverso lo spesso muro di nebbia oltre il quale tutto svaniva, anche il suo corpo che appariva mutilato, in bilico fra i due versanti dello spartiacque di bruma.
Qualcosa si strinse intorno al suo polso, Elis indietreggiò istintivamente.
«Mi facesti una promessa, non puoi sottrarti al futuro; io ho atteso e ora devi fare quel che ti spetta.»
Oscurità oltre la parete caliginosa, e un freddo gelido.
Elis sbarrò gli occhi mentre le pupille si adattavano al buio e desiderò non aver mai accettato: lande desolate di mare melmoso e denso, sul quale ondeggiavano tristi villaggi galleggianti, si stendevano senza fine verso l’orizzonte; cumuli di rifiuti si srotolavano sulla superficie dell’oceano ormai privo di vita, creando fantasmagorie di strade e ponti sui quali si decomponevano le tracce maleodoranti di civiltà scomparse.
«Cos’è tutto questo?»
«Il futuro, se non riusciremo a prevenirlo.»
«Chi sei?» domandò alla grigia creatura aliena, con vaghe sembianze umane e una maschera sul volto.
«Te stessa, fra mille anni, se falliremo.»

16 Aprile 2012 at 17:43 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink